Io sono nata nel 1980. Posso raccontare come era la comunicazione di ieri e cosa è cambiato rispetto a quella di oggi. Che cosa salvare e cosa buttare via sia del vecchio che del nuovo modo di comunicare. Cosa insegnare ai nostri figli.
Ho avuto il mio primo telefono cellulare verso la fine degli anni novanta, avevo 17 anni. Era uno di quei telefoni abbastanza ingombranti e pesanti, tanto che spesso uscivo dimenticandolo a casa (credo di proposito). L’utilizzo era limitato alle telefonate, qualche sms e “squilli del pensiero”, chi li ricorda? Si faceva uno squillo, un bip, un solo trillo per dire: “ti sto pensando, in questo preciso istante. Non so dove tu sia e cosa stia facendo, ma io sto pensando a te”. Era molto tenera questa modalità di comunicazione e mi fa piacere averla sperimentata. Così come ho sperimentato la sms card che in alcuni periodi dell’anno, tipicamente a Natale e in estate, ti permetteva di attivare un servizio di qualche settimana o mese per inviare molti messaggi a un costo inferiore. Eh sì, i messaggi si pagavano a quei tempi e non poco. Non potevano essere sprecati. Quando si scriveva un messaggio, si cercava di stare entro il limite di caratteri per inviarne solo uno e non 2. Le parole erano utilizzate con criterio, non si usavano emoji se non la parentesi in giù o in su per esprimere le emozioni base di tristezza e felicità e per tutto il resto c’erano le telefonate. Ci si telefonava molto di più e si faceva, a un certo punto della conversazione, lo scambio: “dai, metto giù che ho già pagato troppo…mi richiami tu?”. A quei tempi se al cellulare non si era raggiungibili, si chiamava a casa, oppure si andava direttamente a bussare alla porta.
Oggi, 20 anni dopo, questo breve scenario che vi ho presentato sembra quasi surreale, vero?
Oggi che un emoji vale più di mille parole.
Oggi che se un amore finisce, blocchi il contatto su Whatsapp, su Facebook e “tizio ha abbandonato il gruppo”.
Oggi che non si telefona quasi più, ci mandiamo le note vocali.
Oggi che un punto esclamativo di troppo potrebbe equivalere a del risentimento, i puntini di sospensione alla perplessità e un “visualizzato ma non risposto” ci manda in crisi.
Oggi che sei amico con pinco pallino su Facebook, ma se poi lo incontri per strada è già tanto se lo saluti.
Oggi che stiamo perdendo la capacità di interpretare le emozioni attraverso i gesti, le posizioni del corpo, il tono di voce e il timbro del nostro interlocutore…perché magari mentre ci parla noi abbiamo gli occhi sul nostro telefono.
Abbiamo perso qualcosa. Abbiamo guadagnato qualcos’altro.
Abbiamo perso un po’ di dimestichezza e naturalezza nel gestire e godere della comunicazione non verbale ed emotiva. Abbiamo guadagnato la possibilità di restare in contatto in qualsiasi momento e in qualsiasi luogo ci troviamo. Abbiamo perso il senso piacevole dell’attesa per ricevere una risposta e la lentezza naturale dello sviluppo di una conversazione. Abbiamo guadagnato la velocità, lo sprint e il tutto disponibile subito.
Come sempre credo che virtus in media stat e che a preoccuparmi non sia tanto la mia di generazione, che siamo i così detti “immigrati digitali”: noi abbiamo la fortuna di aver conosciuto come era prima e come è ora, possiamo ancora sperare di essere in grado di mantenere e difendere un giusto equilibrio tra le due epoche. Mi preoccupano i nativi digitali, i nostri figli, che conoscono solo lo scenario attuale e quello che verrà, che però al momento non promette particolari evoluzioni in termini di comunicazione umana.
Cosa possiamo fare noi genitori per limitare gli effetti collaterali della comunicazione di oggi sui nostri figli?
Intanto cerchiamo di non fare quello di cui poi li rimproveriamo, come utilizzare telefono e computer quando la situazione proprio non lo richiede. Via i telefoni quando si mangia insieme, nel momento del gioco, quando ci dedichiamo del tempo per fare altro. Parliamo, facciamoci domande, chiediamo loro di raccontarci come è andata la giornata, cosa hanno fatto. Chiediamogli di raccontarci le loro emozioni attraverso le parole, il corpo e la voce e insegniamogli parole nuove, espressioni orali magari utilizzate poco. Trasmettiamogli il messaggio che le amicizie vanno coltivate soprattutto nella vita reale, che il virtuale può aiutarci a non perdere i contatti, ma il divertimento di una merenda insieme agli amici sul tappeto della propria camera è ineguagliabile. Che il “mi piace” su una foto è un gesto gentile, ma dire “come sei bella oggi” dal vivo è ancora meglio!
Cosa ne pensate? Voi cosa fate con i vostri figli in questo senso?
Ho iscritto questo post ispirata da Sudio Sweden, un brand molto elegante di auricolari fatti a mano con alti standard di qualità del suono.
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Se proprio non riuscirò a incontrare una persona per farmi una chiacchierata dal vivo, non mi metterò di certo a scrivere una lettera come ai tempi dei miei nonni, ma magari per una volta eviterò la chat e farò una chiamata in più. Speriamo però che i miei interlocutori troveranno il tempo per rispondermi!
Photo credits © Antonio D’Ambrosio
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